“Quando Morandi in cattedra si atteggiava a moralista…
Maestri e allievi tra le due guerre. Norma Mascellani, mezzo secolo di pittura”
La Repubblica, martedì 8 gennaio 1985, pag. 31

Anna Baldi

E’ piccola, minuta, apparentemente fragile, ma ha grinta e carattere da vendere. Si espone e rischia in prima persona; è talmente convincente quando perora la sua causa (a favore degli handicappati) che seduce anche i personaggi più duri e difficili. Nessuno le tiene testa in questa attività. Di lei si dice: “là dove non arriva il Paese arriva Norma Mascellani”. Vive in una casa bella ed amata: le piante, i mobili del ‘600, i particolari selezionati e scelti denunciano una sensibilità spiccata al gusto ed all’armonia, requisiti fondamentali di questa “giovane” pittrice di 75 anni.Vuoi provare a “raccontarti”, Norma?
“Basta sfogliare la mia monografia, ed è tutto fatto, ma se vuoi sentirlo dalla mia voce, possiamo provare. Mia madre mi voleva insegnante, ma io ero attratta dalla pittura. In più, verso i 20 anni, mi sono innamorata di Savoia, un bravo pittore morto giovane, e questo mi ha stimolato ad imitarlo e superarlo, buttandomi a dipingere senza sosta, sia al liceo che all’Accademia. Quindi, si fa per dire, son diventata pittrice per amore.”I tuoi maestri, i tuoi comapgni?
“Ho cominciato con Regazzi, e nel mio corso c’erano Minguzzi, Mandelli, Gagliardi, nel ’25, ’26, ’27. Ho proseguito poi con Romagnoli, Pizzirani, Majani, Giacomelli ed il grande Morandi. Sono stata ostacolata, perché donna, sin dall’inizio. I miei colleghi mi avrebbero bruciata, perché io, una donna, rubavo loro premi e borse di studio. Una donna in Accademia, a quei tempi, era uno scandalo; una donna brava, poi, intollerabile. Ero sola, in una classe di sei maschi, che mi facevano una guerra spietata e cercavano di mettermi in cattiva luce anche agli occhi degli insegnanti. Ai concorsi, invece, erano costretti a premiarmi perché, come racconta ancora oggi Giacomelli, io non partecipavo con un quadro, ma facevo una mostra personale, presentando diversi pezzi. I miei colleghi uomini sono stati terribili con me: allo scoperto allora, sotto sotto adesso, che ancora non mi perdonano il successo”.

Che rapporti avevi con i tuoi insegnanti?
“La nostra classe, nonostante i contrasti, era una piccola famiglia dove si lavorarava tutto il giorno in silenzio e concentrazione. Ricordo, e con i tempi che corrono mi vien da sorridere, che i professori, alle lezioni di nudo, mi utilizzavano per frenare gli entusiasmi e l’esuberanza dei miei compagni, spostandomi nelle classi dove si teneva lezione. Una donna tutta nuda, 50 anni fa, non era mica facile vederla! I ragazzi si scaldavano, perdevano la concentrazione, diventavano irrequieti e la mia presenza serviva a moderarli: si intimidivano e si ritornava così allo svolgimento normale delle lezioni.”

E di Morandi, insegnante, che cosa ricordi?
“Era molto severo e quando doveva assentarsi per qualche minuto durante la lezione, diceva: “Signorina Mascellani, la prego, stia attenta a quei maschiacci! Con una “s” terribile, che era la caratteristica della sua parlata. Ricordo che non si interessava a null’altro che la sua pittura; e che i ragazzi lo prendevano in giro per il suo abbigliamento, a cui lui non prestava la minima attenzione: un eterno impermeabile e le scarpe grandissime, enormi! Gli artisti bolognesi, in quegli anni ’30, si trovavano la sera all’antico Caffè S. Pietro, a far chiacchiere ed a parlare d’arte, ma Morandi non era mai con loro: troppo impegnato nel suo lavoro e nella sua ricerca, troppo amante di quella solitudine che ha poi generato le sublimi opere che conosciamo. Anch’io, naturalmente, come donna ero esclusa da quella compagnia: mi consolavo chiacchierando con Cleto Tomba, quando spesso mi accompagnava a casa, di ritorno dall’Accademia Regazzi.Ricordo che Morandi aveva stima e simpatia per me: mi regalava le lastrine per incidere ed anni dopo, quando ero già celebre, fu molto generoso. Avevo bisogno di soldi per i miei poliomielitici; mi feci coraggio ed andai a chiedergli un’incisione. Fu cortese, ma disse di non potermi dare nulla perché legato per contratto ad un gallerista di Milano. Il giorno dopo ricevetti una telefonata che mi comunicava la sua decisione di cedere in benificenza tutto l’importo del premio “Rubens”: 6.000.000 di lire che, oltre 20 anni fa, era una grossa cifra, passata, per mezzo del Notaio Forni, ai ragazzi di via dei Coltelli.”

Oltre a Morandi, chi ricordi come personaggio importante?
“Ho conosciuto Lorenzo Viani, scrittore e pittore di un’umanità derelitta. Viveva a Viareggio, dove da ragazzina andavo in vacanza. Mi portava in carrozza con lui, mi offriva paste e caramelle e mi leggeva le sue poesie. io cominciavo allora a dipingere e questa amicizia con un pittore celebre, amico di Fattori, mi lusingava molto. Altro amico che spicca per le sue caratteristiche non comuni è Cesare Zavattini. Un uomo formidabile! Estroso, ricco, giovane e moderno, umano e poeta. L’ho conosciuto casualmente e siamo diventati amici durante un pranzo. Ha poi presentato una cartella di mie incisioni, è tornato a Bologna in occasione della mostra del piccolo quadro e ci sentiamo spesso anche se ci vediamo poco.”

Torniamo a te pittrice: quanti quadri hai fatto?
“Ho coperto, potrei dire, chilometri di tela. Mia madre, secondo le usanze di una volta faceva tessere in campagna la tela per il corredo mio e delle mie sorelle. Io portavo via questa tela; le preparavo, la dipingevo e calcolando gli anni di lavoro (oltre 55) posso proprio parlare di chilometri.”

Di te si parla molto e sono noti i tuoi successi: borse di studio come studente, premio Moi per la miglior laurea, medaglie d’oro ai primi concorsi, premi e riconoscimenti a non finire nel corso degli anni. Al successo nell’ambito del lavoro corrisponde un’altrettanto felice vita affettiva?

“Non parliamo di questo, ti prego, perché ho pagato il successo con tante disgrazie nell’ambito familiare. L’arte mi ha aiutato e sostenuto nei momenti di vera disperazione. Altro conforto l’ho tratto dall’attività che svolgo nell’ambito di “Simpatia e Amicizia”, l’associazione di Padre Campidori a favore degli handicappati. Amo le attività sociali: se non fossi diventata pittrice, mi sarei dedicata ai lebbrosi.”

Ti piace vivere in questo secolo?
“No, per carità! C’è vuoto di valori, è sparito il senso dell’amicizia ed esiste solo il mito del denaro.”

Che cosa cerchi nella gente e che cosa rifiuti?
“Cerco la lealtà e rifiuto l’ipocrisia.”

Qual’è il tuo peggior difetto e quale la tua migliore qualità?
“Il mio peggior difetto è la schiettezza, che spesso mi rende insopportabile. La qualità maggiore è sempre la schiettezza. Mi correggo: una qualità può essere l’introspezione continua che faccio a me stessa cercando di correggere i miei errori e di sbagliare il meno possibile.”

Parlando di pittura, perché i tuoi quadri sono così velati ed irreali?
“La mia è una pittura di sogno e di ricordi, dominata adesso da malinconie struggenti, fatte di quiete e di speranza; raramente è disperazione. C’è solo un quadro, di alcuni anni fa, una Venezia rosa e viola, con due gondole nere in primo piano, che un critico identificò in due bare. Quando dipinsi quel quado, infatti, volevo morire ed avevo deciso di farlo. Poi ho ripreso a dipingere e la pittura mi ha appagato, mi ha ridato vita e speranza.”

Oltre alla pittura, quali sono i tuoi amori?
“Le piante ed i gatti. I gatti mi piacciono per l’eleganza incredibile, per l’intelligenza, per la dignità. Capiscono ciò che senti per loro e ti ricambiano. In casa mia, poi, le piante, crescono a vista d’occhio, lievitando, si dilatano, ne ho un centinaio e le nutro con amore. Ogni pianta è premiata ed abbellita con nastri colorati. Qui, vedi, è tutta una festa. Parlo con loro e non vado a letto senza salutarle. E le bacio, ma a rotazione, perché sono tante.”

Guardandomi attorno, mi viene da chiederti: il bello è tanto importante per te?
“Direi di sì. Ho esigenze estetiche molto precise. Prendi la casa: qui mi sono creata il cielo, il bosco, il mondo. Non posso uscire ma non mi sento in prigione perché qui ho tutto quanto amo e desidero.”