Recensione in L’Araldo dell’Arte, 9 marzo 1946, Milano

Rezio Buscaroli
L’ultima volta ch’io vidi la pittrice Norma Mascellani fu nella sua nuova casa di via Rivabella. “Venga a vedere il mio nuovo studio pieno di luce. Ora posso finalmente lavorare come mi pare e piace.” E quasi la rincorsi su per le scale della sua altana, una bella altana di una villetta moderna, alla periferia, sull’iniziale pendio dei colli di Paderno. Qualche lavoro appeso alle pareti, il cavalletto, i colori. Il resto spoglio e gramo. Non un libro, non un vaso, non un mobile. Ma non grama di vesti era lei, infagottata fra golfs e maglie posticcie, pendenti dalle spalle. Il freddo, si sa. “Non è il freddo. Io non lo sento. Ma quando lavoro, mi imbratto di colori le mani, la faccia, fin sopra i capelli e devo proteggermi le vesti, che oggi costano.” Accenno al fervore esuberante con cui dipinge?Sarà così. L’ho vista pochi giorni fa, all’inaugurazione della sua mostra personale al Circolo artistico di Bologna. Non molti lavori nuovi, a vero dire, usciti dalla sua nuova fucina; ma significativi e toccanti, quasi intrisi della luminosità del nuovo studio. Nella breve prefazione al catalogo, Carlo Ciappei la vede al lavoro come uno spadaccino, armato di pennelli anzichè del brando, folgorare la tela; la vede insomma con una irruenza ed un vigore cui non conviene l’aggettivo del femmineo. Sicuro: ecco il segreto di quest’arte: le pennellate di getto, di striscio, che imbrattano mani e viso (il che non vuol dire che colpiscano a casaccio). Tranquillo Cremona non impastava i colori nella mani quando la tavolozza era ingombra? La Mascellani non giunge a questo, nè alle iridescenze dei colori cremoniani. Ma i passaggi di tinte, sensibilissimi, quel dar colpi di materia spessa e quello sfumare improvviso in evanescenze atmosferiche possono richiedere soccorsi di mera contingenza.
Senso di improvvisazione, di contingenza è nel parlare, nel muoversi della persona. un profluvio di parole, accompagnato da un fremere di tutto il corpo vi investe, e se volete conversare e discutere non c’è altra via che l’interruzione. Ebbi la rivelazione del talento della pittrice quando espose Viale Aldini, un grande quadro, affogato nei grigi e acceso nei rassostri, di un lungo viale visto dall’alto verso sera. Sono già non pochi anni, e la pittrice era uscita fresca fresca dalla nostra Accademia. Ma chi vi avrebbe scorto l’influsso dei suoi maestri? “Ne ho avuti diversi e non ho mai avuto l’impressione che mi tenessero in qualche conto. Capivio io stessa che ero stentata, disuguale, che dovevo studiare ma non per fare piacere ai professori, pur valenti. poi ebbi dei premi. Esposi a Venezia, alla Quadriennale, a tutte le sindacali interprovinciali. Ma tutto questo non c’entra. Non me ne sono inorgoglita.” Di fatti in arte bisogna sempre sapere ricominciare; e non si ricomincia se non in umiltà. E l’umiltà, la modestia è proprio una virtù della Mascellani, quella virtù che fa stare beata ad accalappiare al laccio pittorico nuvole e paesaggi dall’alto dell’altana di via Rivabella.

Ma quale umiltà maggiore del mettersi in cucina a fare dolciumi e pasticcini, e quale maggiore generosità dell’invitare amici, artisti per giunta (perchè sempre ingrati), a mangiarli? Dimenticavo infatti di dire che la Mascellani è provetta pasticciera, dico proprio nel senso inventivo. Crea nuovi sapori, nuove fragranze e nuovi colori nei dolci. E se non erro – l’informazione mi è giunta fra le quinte del mondan romore artistico, perchè io non ero fra i “dolcificati”, e non glielo perdonerò mai – alla vernice della mostra attuale distribuì pasticcini. Una cosa originale, non vi sembra? Chissà che fra le amarissime traversie dell’arte contemporanea, ed i pessimismi ed i rancori, qualche dolce non riesca ad appianare qualche ruga ed a far sorridere qualche grinta mugugnante.

Naturalmente a questo la Mascellani non ha neanche pensato, come effettivamente non pensa con preoccupazione o tristezza all’avvenire immediato e lontano dell’arte democratizzata o democratizzabile. Fra i dolci e l’ottimismo non c’è qualche relazione, non dico in chi li mangia, ma in chi li fa? Ecco un’altra qualità della pittrice: l’ottimismo, la serenità, che si accorda benissimo a quel fervore del lavorare ed anche all’umiltà. Il fatto è che la Mascellani è sicura di sè, non ha titubanze, perchè segue un metodo che non falla: lavorare sempre sul vero, non mortificare la natura con concetti astrattivi e vaneggianti. Una volta capitai a casa sua, alla sua vecchia casa di via S. Petronio Veccio, e la trovai nel cortile, un cortilone “lavorato” da qualche sperduta bomba, che dipingeva una attempata donnetta contro uno squallido muro, la donnetta che vedo fra i quadri migliori della mostra. Era dicembre e non parliamo dell’ingolfature e della magliettatura: quasi inverosimile. “Le sarebbe più comodo dipingere in casa” osservai. “Il calduccio, le pareti, gli oggetti, i mobili qualche risorsa la darebbero pure.” una volta tanto non mi avvolse col suo scoppiettante giro di frasi. Ma io capii. Proprio ciò che alletta la gente, ciò che dà risorse al pittore per piacere, direi, di più, ciò che non costa fatica è lontano dalla misura del gusto della Mascellani.

Questa è la ragione prima per cui il suo ottimismo non conclude in una pittura facile, chiara, dimentica, bensì in una forma accorata, leggermente preoccupata di sè, chiusa fra toni scuri ed argenteo-perlacei, ingolfata fra angoli d’ombra e levità dorate. Sul suo volto pallido e un po’ avallato di donna piccolina, fra la cornice dei capelli bruni ondulati con le varianti a piacere di ciuffi ribelli, brillano due occhi vivacissimi, neri e profondi, gli occhi che schiettamente ambiscono il piacere della visione diretta, luce dello spirito per darci la poesia del “veduto”.