“Mascellani. Opere recenti”
Catalogo Mostra personale alla Provincia di Bologna, 28 febbraio – 21 marzo 1998

Claudio Spadoni

Sono nature morte quasi diafane, vaporose, come sospese sulla soglia estrema della loro riconoscibilità di oggetti familiari. Di una sostanza che sembra alleggerita d’ogni peso, volume, consistenza plastica. Per desiderio di luce, si direbbe, come se la materia tendesse a sublimarsi nella luce ed in essa riscattare la sua fisicità opaca, la sua precarietà. E’ un nuovo approdo per Norma Mascellani, quello forse più arduo, certo il più elegiaco fra quanti ha toccato nelle molte stagioni della sua pittura. E magari lei si chiede, con felice ansia, fin dove possa spingersi in questo suo solitario, sommesso colloquio con pochi, semplici oggetti. E in essi, nella consuetudine di uno sguardo che penetra, si direbbe fin quasi a perdervisi, la loro spoglia evidenza, forse ricerca, per quanto possibile, l’essenzialità di un’immagine sciolta da ogni indugio retorico.

Ma s’intende che queste immagini, così vicine e come sospese in una trepidante attesa, sono al tempo stesso figure della memoria e dei rimandi. Qui la Mascellani cerca forse di distillare la propria storia, magari caricandola di ulteriori domande, di nuove attese. Ha attraversato buona parte del secolo, questa donna minuta ma determinatissima nel perseguire i suoi obiettivi di pittrice anche in tempi non facili. L’ha attraversata quasi in punta di piedi, ma senza tentennamenti, percorrendo la via di una figurazione per la quale, nei suoi anni giovanili, aveva trovato luminosi esempi proprio a Bologna, la sua Bologna. In tal senso ha avuto forse i maestri ideali per incanalare la sua schietta vena, il suo talento sicuro. Un talento da tenere magari a freno per non compiacersi della facilità dei raggiungimenti. Il “mestiere”, certo, era nozione indiscutibile, un principio perfino morale. Ma richiamava dell’altro, una profonda connessione fra pittura e vita. E la pittura, così come la Mascellani l’ha intesa, può essere davvero una compagna di vita inseparabile, avvincente per quanto difficile. Lei deve averlo ben compreso, forse da sempre. Non ammette, la pittura, che la si tratti con sufficienza, che si trascuri la sua parte più segreta surrogandola con l’abile gioco delle apparenze, del puro esercizio di stile. E anche questa, si può ben affermare, è un’eredità storica decisamente bolognese e padana.

Un’eredità che per altri aspetti poggiava su certi principi inalienabili che Francesco Arcangeli aveva perfettamente indicato, con l’abituale partecipazione, scrivendo appunto di alcuni artisti della città: “…pareva a noi che la misura della vita storica, filtrata dall’angolo visuale di Bologna, potesse essere ancora ricondotta entro i binari d’un esistere consapevole di vecchie verità, di onesto mestiere, di accettabili riconoscimenti.” Poche righe che valgono un intero saggio su quello che è stato, per lungo tempo, un registro culturale ed umano davvero esemplare all’ombra delle due Torri.

Per certi aspetti, il lascito di quelle “vecchie verità” non è difficile intravederlo anche negli umili oggetti che affiorano, nobilitati come apparizioni, nei dipinti di quest’ultima stagione pittorica della Mascellani. Così come lo erano state certe immagini di Bologna, e fra tutte quella notissima di San Luca che Eugenio Riccomini raccontava di aver visto, ad ogni suo ritorno nella città, “attraverso gli occhi della Mascellani”. Oppure le “Venezie”, dapprima come ereditate, per così dire, da Guidi, poi assurte ad una propria nitida peculiarità d’intonazione. Vecchie verità, come i ritratti, affabili, intensi, usciti dalla mano e dall’occhio preciso della pittrice. E il ritratto resta pur sempre una sfida tra le più impegnative della pittura, nello stringente riscontro di una talora oscura complessità interiore nella forma visibile di un volto.

O ancora, valga ricordare le precedenti “nature morte”, riconducibili ad un sentimento incorrotto, dove in una vena di malinconia ritorna l’eco di lontananze, la commozione dei ricordi. Qui, dunque, in questi che un tempo si chiamavano valori, la pittrice trova il suo più profondo alveo poetico. Una storia squisitamente pittorica che riporta, quasi circolarmente, ai suoi trascorsi e a quanto si è precisato per essa come ragione costitutiva. Ciò che fa parte, si è detto, della tradizione visiva di Bologna. E qui occorre una volta di più ribadire come di questa tradizione la Mascellani sia una voce tra le più limpide e ferme. E tra le più fedeli, ma protesa, al tempo stesso, a sondare tutte le risorse che questo mondo poetico potesse offrire. Un mondo solo all’apparenza circoscritto e oltretutto ritenuto ai margini delle recenti e più declamate vie dell’arte, ma che in realtà sporge anche ben oltre i confini di Bologna, cui pure si devono contributi di opere, di studio, di pensiero, di vastissimo respiro.

A ragione, dunque, Flavio Caroli poteva scrivere perentoriamente che “al cuore della buona pittura italiana abita anche Norma Mascellani”, precisando bene come intendesse riferirsi a tutta una civiltà visiva padana. Insomma, ad una tradizione di “pittura vita singolarmente lunga, continua e fertile”.

Proprio in questa prospettiva storica mi sembra si possa ben cogliere la portata del ciclo di opere in cui la pittrice è tuttora impegnata. Vale a dire che in queste ultime “nature morte” aleggia un sentimento del tempo che altro non può essere che “durata”, vita della coscienza, rinnovata emozione. La fragilità di queste forme affioranti nel baluginìo misterioso di antichi valori tonali, trova in questo una suggestione di rimandi e una pienezza di senso tali da prefigurare un luogo quasi obnubilante della pittura. A questo luogo ora Norma Mascellani volge lo sguardo; un luogo di tenera, toccante verità poetica.