“Trenta dipinti di Norma Mascellani della Galleria d’Arte Moderna di Bologna”
Norma Mascellani alla Biblioteca “Villa Spada”, Bologna, Maggio 1996

Dario Trento

Trenta dipinti e alcune questioni. I dipinti di Norma Mascellani conservati dalla Galleria comunale d’arte moderna di Bologna sono materiale essenziale per la storia dell’arte del Novecento nella città e non solo: sono documenti anche per la storia della città. Ma è la stessa vicenda della pittrice a porre questioni di storia artistica che vale la pena puntualizzare.

Donne artiste a Bologna nel Novecento. Qual’è stato il peso delle donne nell’arte bolognese del Novecento? La ricerca a proposito è ancora scandalosamente assente. Una recente mostra a Ferrara (Sesta Biennale Donna, 1994) ha ricostruito un quadro di grande interesse per il periodo fra le due guerre documentando situazioni romane, torinesi e milanesi; portando perfino notizie da Firenze, ma tacendo completamente su Bologna. Eppure in quel contesto due casi almeno meritavano segnalazione, quelli di Lea Colliva e Norma Mascellani.

È il quadro complessivo della presenza femminile nell’arte di questo secolo a Bologna che andrebbe al più presto ricostruito per definire i modi di emergenza di un soggetto sociale. Proviamo ad abbozzare un del tutto provvisorio elenco: Lea Colliva, Camilla Supino, Giulia Rizzoli Marangoni, Norma Mascellani, Rosalba Arcangeli, Lidia Puglioli, Greta Schödel, Romana Spinelli, Valeria Borsari, Mirta Carroli, Pinuccia Bernardoni, Marina Gasparini, Karin Andersen, Eva Marisaldi, Andrea Manetti, Roberta Fanti, Alessandra Tesi, Doriana Russo. Dalle enormi difficoltà di accesso al mondo dell’arte sperimentate dalle prime protagoniste fino alla completa accettazione attuale si potrebbero ricostruire, nel quadro bolognese, miti e forme di affermazione di un soggetto in un linguaggio specifico.

Per Norma Mascellani il riconoscimento è frutto di uno sforzo caparbio e metodico e di una precisa strategia d’immagine. I dati sono depositati nella biografia stessa dell’artista. Nel 1935, appena diplomata, partecipa alla mostra-concorso “Sogni di madre” indetto a Genova dall’Associazione nazionale fascista donne e laureate vincendo il primo premio col dipinto La cucitrice. Nell’aprile 1942 la stessa associazione invita la pittrice a una mostra nazionale alla Galleria di Roma, mentre l’anno successivo Rezio Buscaroli la include in un intervento dal titolo “Arte femminile” per il volume Donna italiana edito a Firenze da Marzocco.

Nel 1946 il Sindacato Belle Arti e l’Associazione Francesco Francia organizzano a Palazzo di Re Enzo una mostra di giovani artiste che comprende Angiola Cassanello, Dina Pagan de’ Paganis, Norma Mascellani e Giuliana Marzarocchi. Nel 1950 Norma Mascellani partecipa al Premio Bolzano per le pittrici italiane e nel 1961 alla Mostra nazionale delle pittrici italiane di Firenze, in una selezione di trenta artiste che comprende, tra le altre, Carla Accardi, Bice Lazzari, Paola Levi Montalcini, Titina Maselli, Dafne Casorati Maugham, Anna Salvatore, Fiamma Vigo.

Da sola questa catena difatti e presenze traccia la cornice storica al cui interno la vicenda della pittrice Norma Mascellani va inquadrata. Non è un caso che la ricostruzione storica della presenza femminile nell’arte italiana di questo secolo sia stata condotta, fatta eccezione per il contributo fondamentale di Lea Vergine, nell’ambito delle associazioni militanti: la mostra di Ferrara cui mi riferivo all’inizio rientra in quella scia. In quella vicenda Norma Mascellani non ha avuto modo di apparire perché già autonomamente, e in un ambito del tutto differente, aveva costruito la propria figura pubblica. L’ha fatto tramite una produzione enorme di mostre a Bologna almeno una all’anno – spesso a fianco di altri artisti, regolarmente accompagnate da cataloghi. Per questa via si è fatta beniamina del pubblico bolognese dell’arte più legato ai valori della tradizione e dell’identità cittadina.

Una generazione e l’arte di Morandi. Altra vicenda in cui Norma Mascellani è coinvolta è l’impatto della pittura di Morandi nell’arte bolognese degli anni Trenta. E’ noto che la vicenda prende avvio con l’arrivo di Giorgio Morandi alla cattedra di incisione dell’Accademia di Bologna. Norma è tra i primi allievi del pittore ma allo stesso tempo, a ventun anni, nella sua formazione hanno già pesato in modo determinante maestri della precedente tradizione, Guglielmo Pizzirani e Giovanni Romagnoli, insegnanti del Liceo Artistico, e Augusto Majani, Ferruccio Giacomelli e Alfredo Protti, professori all’Accademia.

Le prove di prima maturità della pittrice, a partire dal 1931, la vedono pienamente inserita nel clima di sapiente ed elegante presa sulla realtà borghese cittadina. Il lavoro dell’anno comprende anche la greve Natura morta che appartiene alla serie qui esposta, vero cartellone novecentesco di masse grevi ispirate a Carrà; ma più normalmente, nellaCucitrice, nell’Autoritratto presente in questa mostra e nei paesaggi (tra cui Viale Aldini, qui esposto) la composizione è costruita su linee diagonali, tagli ravvicinati e tratti mossi e spezzati. Siamo ancora nell’ambito della narrazione d’ambiente fissata dai primi maestri della Mascellani.

È verso il 1936 che emerge qualcosa di nuovo: i temi rimangono gli stessi, i tagli son sempre larghi e agevoli fino all’impuntatura bozzettistica; ma la pennellata si fa più corposa e connessa e la tavolozza più omogenea. Tele come la Signora in bianco e Pippo, presenti a questa rassegna, sono tipiche prove di questa compresenza. L’Autoritratto del 1939, altro dipinto di questa raccolta, documenta il completarsi di una maturazione. La composizione mostra i ritmi solenni degli autoritratti novecenteschi di Carrà e Morandi: la pittrice si osserva con nuova dignità, non calza più cappellini sulle ventitré e non comunica con sguardi placidi o ammiccanti ma ritta dietro la tela e avvolta dalla penombra osserva concentrata il soggetto di posa, gli occhi immersi nei goffi delle orbite, la bocca serrata, il braccio teso in attesa del comando. Serietà e concentrazione in ogni tratto dichiarano appassionata adesione alla pittura e al mondo morale di Morandi.

È il momento di popolarità del pittore bolognese nella giovane pittura italiana a seguito della personale allestita a Roma alla III Quadriennale del 1939. Nel giugno 1942 la pittrice allestisce una personale alla Bottega dei Vàgeri di Viareggio con autopresentazione dove dichiara l’intenzione, rispetto al passato, di “mettere un po’ di freno al furore e un po’ d’ordine nelle idee”. Durante l’esposizione il pittore Giorgio Casini tiene una conferenza sul tema “Giorgio Morandi e i giovani”, nella quale si dichiara che nella pittrice “è nata la volontà di eleggersi un maestro come Morandi [….] Morandi le è stato buon maestro di incisione, ma le è altresì stato maestro d’arte” Di questo anno è Bambina col gatto, uno dei punti massimi di avvicinamento all’arte morandiana. La figura è costruita come organismo che si autogenera per pennellate ordinate e commosse premendo dinamicamente verso i bordi del quadro e il tono morandiano è piegato in affettuoso bozzettismo.

Norma Mascellani nell’arte bolognese. Degli anni Trenta e dell’accostamento a Morandi si è detto. Restano da definire le altre due stagioni della pittrice.

La presente rassegna delle opere di proprietà della Galleria d’arte moderna di Bologna apre il dopoguerra con un notevole Viale Aldini. È la ripetizione di una composizione fortunata della pittrice. La redazione del1931 nella pennellata rapida e spezzata e nel colore brillante variava un modello di veduta urbana moderna di derivazione impressionista. Il frammento di nuova Bologna borghese era proposto con caratteri sontuosi ed esotici, come sì trattasse di un quartiere nuovo in una metropoli europea o di un centro di villeggiatura internazionale, da Nizza a Bordighera.

Lo stesso taglio vedutistico quindici anni dopo ci restituisce una spazialità prospetticamente risentita e scandita nei passaggi tra luci e ombre, per fissare una veduta dimessa di città provinciale e piccolo borghese. Lo sguardo che la registra partecipe del sentire di una generazione d’artisti che sta tentando un contatto più emotivamente caricato con la realtà: siamo nel clima di “Corrente”.

Gli anni successivi dell’artista non risultano facili. Il mondo artistico italiano viene travolto da ondate sperimentali nello sforzo di aggiornarsi sull’attualità europea. Le sperimentazioni secessioniste, picassiane e astrattiste coinvolgono artisti della generazione della Mascellani e più giovani. A Bologna sono in gioco Luciano Minguzzi, Ilario Rossi, Ciangottini, Mandelli e Aldo Borgonzoni. Norma Mascellani mostra di trovarsi in difficoltà. Forse è la breve distanza di date nella formazione accademica che le ha precluso l’incontro con l’insegnamento di Virgilio Guidi, determinante per Ciangottini e Mandelli; più probabilmente è l’adesione a un universo culturale a rendere semplicemente estranea la pittrice ai motivi profondi di questo sforzo.

L’isolamento e l’incertezza lasciano il segno nella pittura della Mascellani, nella staticità e ripetitività dei temi e nell’inaridimento della trama pittorica. In questi anni immagini desolate di darsene, porti e lungofiumi non risparmiano dal grafismo l’intenzione realistica. Tutti gli anni Cinquanta, stagione che vede svolgersi a Bologna una epica vicenda informale, sono vissuti sulla difensiva; contemporaneamente nella pittrice è tenace e inflessibile la difesa del mestiere e del diritto di presenza nel proprio terreno di operatività. La presenza continua in mostre e manifestazioni le ottengono, per intanto, un risultato fondamentale: il superamento dell’emarginazione in quanto donna e il riconoscimento di una rappresentatività, nel mondo artistico bolognese. Su questa base è costruito successivamente il mito personale dell’artista, di donna concreta, appassionata e dedita al mestiere, legata a valori universali. Da un certo momento si aggiunge l’azione benefica pubblica in favore dei sofferenti. Sono fatti legati a profonde ragioni biografiche della donna e dell’artista, ma contribuiscono a elevarla a figura pubblica. Vale la pena di ricordare che si tratta di un risultato del tutto nuovo nella storia artistica bolognese moderna e che segna il primo caso di completa autoaffermazione femminile all’interno di una società su questi temi particolarmente conservatrice.

Tutto questo non esaurisce il ritratto della pittrice, che deve comprendere un’ultima stagione, quella che inizia con il 1960. È da questo momento che i paesaggi assumono forme assolute, perdendo gli indugi descrittivi, alleggeriscono la gamma cromatica e uniformano la stesura del pigmento. A questa fase appartiene Il molo del 1962 della presente rassegna. Punto di osservazione si eleva e allontana: spiagge, Venezie, nature morte e periferie bolognesi risultano assunte in una atemporalità fantasmatica. L’atmosfera si fa grigia e perlacea, una penombra argentea e contrita sembra avvolgere ogni cosa.

C’è un’aria antica in questa pittura: è il ricordo dei modelli di fine Otto- inizio Novecento, matrici definitivamente ritrovate che Mascellani fonde alle esperienze precedenti arrivando a una nuova emulsione. Essa viene puntualmente identificata da Giuseppe Raimondi nella presentazione a una retrospettiva del 1966 al Centro d’arte e di cultura di Bologna. Lo scrittore collega infatti l’artista al mondo dei pittori “delle provincie emiliane”, dove “subito si afferra e si gradisce quel modo, quella civile disponibilità di mezzi e di elementi pittorici, che denotano una buona educazione accademica: ed intendo la buona accademia di ottocento, propinata da maestri di mestiere non volgare, non dilettantesco”.

Per la sua opera di mediazione tra valori della tradizione e moderato aggiornamento Norma Mascellani è diventata beniamina del pubblico dell’arte a Bologna. Così da una parte ha allargato l’accesso all’arte contemporanea, dall’altra ha fatto argine ad incontri più difficili e impegnativi. L’artista ha più volte dichiarato la propria estraneità a certe avventure, mentre d’altra parte chi scrive, da quelle avventure provenendo, non nasconde di aver spesso provato rigetto per quella proposta. Senza nulla togliere a differenze e distanze, è il caso di riconoscere i rispettivi ruoli e meriti: e non c’è dubbio, infatti, che anche l’ultima Mascellani abbia dato voce a un sentimento preciso e diffuso di sensibilità bolognese. Norma Mascellani e la storia di Bologna. Resta da definire l’utilità di alcune opere di questa raccolta per documentare la storia di Bologna. Sulle due vedute del 1931 e del 1946 di viale Aldini mi sono già soffermato; vorrei ora riportare l’attenzione sui ritratti degli anni Trenta, dove i modelli borghesi di Protti, Pizzirani e Giacomelli vengono adattati a una realtà più dimessa e popolare; non senza riaccendersi, poi, di calore interno: lo possiamo vedere in due bei dipinti di questa rassegna, Pippo e la Figura in bianco, ambedue del 1936, esposti alla prima personale della pittrice nel 1937, furono adeguatamente apprezzati da Giuseppe Lipparini nel suo discorso di introduzione: “Notevole mi sembra fra gli altri quella quasi caricatura di un nostro ‘omarino’ che molti avranno anche veduto errar per le vie di Bologna, e che è così ben figurato con quel carico di miseria e di abbruttimento che la pittrice ha interpretato con singolare acume”. E poi, in tono forse ancora eccessivamente dannunziano, quel ritratto di giovinetta, in cui alla veste cosparsa di freschi fiori corrisponde così bene il volto sognante, fra invisibili effluvi di primavera”.

Nel dopoguerra continua la serie dei ritratti e tra questi rimangono come documenti di un mondo artistico cittadino “popolare” quelli del 1950 e del 1973 dell’artista Carlo Leoni, qui esposti. Invece la ritrattistica “ufficiale” della piccola e media borghesia bolognese non resta documentata nella collezione della Galleria, come pure non compare alcun esemplare dell’immagine dell’artista più nota e cara al pubblico bolognese, la veduta di San Luca, indiscutibile emblema di un certo gusto.