Recensione alla mostra personale di Norma Mascellani presso il Circolo della Stampa di Bologna, 12-27 dicembre 1937, in L’Assalto, 30 dicembre 1937

Ferruccio Giacomelli

Non è sempre il desiderio di tentare le sorti del mercato artistico che giustifica, nei giovani, il coraggioso proposito di affrontare la “prova del fuoco” di una mostra personale. C’è un momento che direi drammatico, nel corso delle prime esperienze pittoriche, in cui la sosta s’impone con tutto il rigore di una precisa esigenza spirituale. Superati i limiti di un comune tirocinio scolastico, si determina sempre più la necessità di una ricerca più intima e più intensa. La via larghissima e pianeggiante si trasforma in sentiero aspro ed impervio: gli ostacoli si moltiplicano, il passo malcerto si inceppa.

Di qui l’ansia di intendere meglio se stessi, di rivelarsi interamente, di issare, alfine, il vessillo simbolico della propria indipendenza spirituale nel campo delle più agguerrite competizioni artistiche. Motivi, questi, di una crisi interiore che non è possibile risolvere se non mediante una decisa presa di contatto col pubblico. Rompere l’incanto di una “visione” segretamente custodita, per misurarne il potere emotivo e le possibilità di estensione; sospendere così a un qualunque punto d’arrivo il risultato della propria opera, per poi riassumere i tratti e definirne la fisionomia complessiva, può sembrare peccato di presunzione, ed è invece effetto di legittima consapevolezza e di onesta coscienza, di cui, pertanto, è necessario tener conto anche in sede di giudizio.

Tale è il significato e lo scopo di questa Mostra che la pittrice Norma Mascellani ha voluto allestire nella Sala del Circolo della Stampa, quasi a ricomporre in un unico insieme le ricorrenze tematiche di una produzione insistita su motivi di pura sensibilità, e legittimata da una costante aspirazione a quella forma di dignitosa compostezza che l’esercizio del mestiere (inteso nella più nobile accezione del termine) richiede.

Conscia della responsabilità morale che questo suo gesto sottintende, l’Espositrice s’è data cura di riassumere prudentemente, in un suo cenno biografico, il valore “sperimentale” della iniziativa, utile ai fini di un più sicuro e conclusivo esame e di una più efficace ripresa. Nessuna premessa e nessun programma, quindi, che possano lasciar supporre una qualsiasi presa di posizione polemica: nessun eccesso di vanità esibizionistica, ma il fermo proposito di rapportare il respiro ritmico e la misura della propria arte al gusto e al giudizio del pubblico.

Sensibile ed istintiva, Norma Mascellani ha saputo arricchire dei più sottili accorgimenti tecnici la gentilezza di una sua vena trepida e sommessa, in cui le vibrazioni di una palpitante emotività trovano accordi delicatissimi e si risolvono in gustosità cromatiche squisitamente femminili. La sua pittura ha il tono di un discorso piano e persuasivo, tutto inflessioni armoniose e morbidezze di accenti, dove anche la frase inespressa e sottintesa ha una sua garbatezza che piace ed induce al perdono. Invano si cercherebbe, in questa pittura fluida e istintiva, la maschia risolutezza di più rigorose definizioni, o la presenza di più organici complessi plastici, assunti in funzione di stile. L’intelaiatura dell’opera difetta di elementi strutturali e di concezione architettonica. Ma vi si avverte in compenso un istinto vigile e misurato, una grazia e una distinzione di tratto, oggi contenuta nei limiti del buon gusto e della buona educazione, ma che non è detto non possa assumere domani un piglio più aristocratico e un significato più definitivo.

L’Artista si riconosce donna, e come tale vuole conservare intatto il suo modo d’intendere il mondo e le cose. Fedele alla sua femminilità, non ama, perciò, falsare se stessa. E questa fedeltà ha la sua buona ragione d’essere e di valere anche in tema di valutazione estetica, in quanto rivelatrice di un giusto senso della misura, che si identifica, nel caso nostro, in una prudente adozione di facili schemi espressivi, e nel modesto intelligente impiego delle proprie forze.

Lontana da intrusioni teoriche, o da complicati problemi di estetica, Norma Mascellani raccomanda al solo istinto la risoluzione pittorica delle sue emozioni. Da ciò il carattere puramente visivo di una pittura tutta improvvisazioni, che si abbandona alle compiacenze di un gusto impressionistico, in cui ogni forma si compone, si sfalda e si risolve, fino ad assumere, a volte, l’aspetto di una felice Casualità. La sua sensibilità, si pone a diretto contatto con la natura; ne registra ogni vibrazione, ne traduce ogni ritmo, ne esalta ogni elemento in forme consuete ma non prive, tuttavia, di un timbro genuino e suggestivo. Dalla bravura della notazione rapida, riassuntiva, allacomposizione più vasta e meditata; dall’abbozzo, fermo al piacere di una gustosa sprezzatura tecnica, al ritratto elaborato ed insistito fino alla mortificazione accademica: dalla leggiadria del “mazzo di fiori” immerso in una atmosfera tutta mollezze, agli accordi, abilmente soffocati in intonazioni calde e delicate, della figura (debole, talvolta, nei suoi impianti disegnativi, ma sempre sorretta da preziosità di colore e da equilibrati rapporti di tono) è un succedersi di temi pittorici, in apparenza vecchi e comuni, ma ripresi con varietà di cadenze e novità di movimenti. Sono variazioni ripetute, con commozione sempre nuova su di una tastiera limitatissima, da cui escono a tratti, i suoni di una musica semplice e appassionata.

“Arte sana” dice la giovanissima Artista, cercando di definire con questa frase il punto vitale della sua produzione; convinta di stabilire, in virtù di questa espressione abusata e generica, la normalità del suo gusto in rapporto all’ordine e alle regole del gusto corrente; senza però avvedersi che “sana” è (rispettivamente ai vari punti di vista) l’arte di Hayez e di Mancini, di De Chirico e di Fattori, di Boldini e di Carrà. Ma, definizioni a parte, vi è davvero in questa pittura una nota di sincerità e di schiettezza degna della più seria considerazione. O che il colore si frantumi nella minuzia dei piccoli tocchi o fluido e sciolto scorra e si stenda in leggere superfici più prossime alla “velatura”che non all’impasto; o che l’uso accortissimo degli artifizi tecnici simuli un impeto superiore alla portata stessa dell’opera, o siano, comunque, evidenti le concessioni a un “grafico” piacevole, ma non sempre legittimo, questa pittura conserva una sua forza persuasiva che non sfugge al più attento esame, ed in cui si giustifica pienamente. Pittura immediata, realizzata per trasparenze, in un suggestivo alternarsi di levità tonali e preziosità cromatiche. Pittura che mal sopporterebbe, nel fragile ordito, gravami di impasti più spessi e più compatti (come è facile notare in alcuni studi di teste, là dove l’elaborazione ha appesantito la materia pittorica senza pertanto renderla sonora, ed a totale svantaggio della “resa plastica”). Pittura che non ha trovato ancora, nell’esperienza della giovane Autrice, l’attrezzatura indispensabile a una più solida risoluzione di stile, ma che pure lasciando intravedere possibilità di ulteriori e più definitivi sviluppi, vive ora in un suo interessantissimo clima poetico, e trova in esso la degna giustificazione della sua forma presente, la ragione più certa del suo avvenire. La giovane pittrice non è alle prime armi, ma alle prime significative tappe del suo percorso. E la coscienza che Essa mostra di avere delle sue capacità non le farà sembrare ingiuste queste riserve doverose in sede critica, nelle quali è da vedere, invece, il segno di una stima certa.