Presentazione del Catalogo della mostra personale di Norma Mascellani al Circolo Artistico di Bologna, 16-28 aprile 1950

Ferruccio Giacomelli

Chi volesse percorrere a ritroso il corso delle stagioni pittoriche di Norma Mascellani su su fino ai periodi delle prime germinazioni, si troverebbe a incespicare ad ogni passo nel filo conduttore di una sensibilità cromatica tesa tra il variare dell’emozione e il persistere di un entusiasmo la cui spinta iniziale, generata ai primi incontri con la pittura, si ripete e si rinnova quasi per successione ritmica, ad ogni ulteriore occasione. Voglio dire che dagli anni, non più recenti, del suo alunnato artistico fino ad oggi, la pittrice è riuscita a conservare inalterato il suo genuino modo di intendere la poesia semplice delle cose.

Al riparo delle complicazioni dialettiche del gusto e dai dettami delle mode accettati nel nome di non sempre legittimabili esigenze storiche, nel giro di una attività ventennale intensamente operosa e chiusa di proposito nella più rispettosa osservanza dei propri limiti, Norma Mascellani ha lavorato ad isolare la sua “piccola sensazione”, a ripulirla dalle incrostazioni della maniera, a difenderla dagli aggressivi chimici di una pericolosa alchimia mentale capace di mandare in pezzi il suo tranquillo cantuccio poetico. Anche quando (e sono ormai molti anni) un obbligo di attualità imponeva ai giovani l’obbligo delle grandi composizioni celebrative, invariabilmente popolate di militi, di contadini e di donne scalze sulle soglie di casa, la figura, se ben ricordo, non entrava nelle tele della Mascellani se non come un mero pretesto, su cui la pittrice amava esercitare il proprio intuito e provare la propria sensibilità: non più di una figura per volta comunque, e non più di una occasione propizia al reperimento di più misurati valori tonali, alla scoperta di modulazioni cromatiche più liberamente partecipi dell’emozione visiva.

Uguale è per lei l’impegno ai fini della resa poetica, sia che il suo interesse si appunti sul gioioso tripudio dei fiori, dove più libero è il gioco dell’estro e più impetuoso il getto pittorico; sia che ripieghi sulla sequenza tematica dei suoi paesaggi, riproposta di variazione in variazione, a ogni ripresa di entusiasmo. Pochi motivi, insomma, ma insistenti come il persistere dell’emozione comporta.

Non intendo anticipare giudizi né stabilire preferenze: il pubblico, una volta tanto, giudichi da sé il carattere genuino di quest’arte che non ha pretese storiche da far valere e che resta prudentemente ancorata all’onesta misura dei suoi limiti, rendono superfluo ogni intervento critico preventivo. Si tratta di una poesia semplice e piana, quasi direi elementare e tutta in vista, che non ha ramificazioni latenti nel sottosuolo delle intenzioni inespresse e che si presenta perciò da sola, per quel che vale, senza mistificazioni e sottintesi. Non c’è dunque bisogno di recitare l’introibo. Pur tuttavia qualche parola andava spesa in difesa di quell’emozione a cui la Mascellani crede ancora. E non è detto poi che sia la sola a crederci.