Presentazione al catalogo della Mostra personale di Norma Mascellani tenuta nel 1984 presso la Galleria d’Arte 56 a Bologna, pp. 5-9

Franco Basile

Questa mostra verte principalmente sulla produzione più recente di un’artista dal nome consolidato e la cui accettazione appare fin troppo scontata. Norma Mascellani viene generalmente proposta come una delle più fedeli interpreti della tradizione bolognese, ed è un luogo comune che approssima un linguaggio che va invece interpretato al di là di ogni riduzione municipalistica. Pittrice di qualità, non si è mai limitata alle facili suggestioni di effetto vedutistico, ma ha sempre cercato di travalicare il dato tecnico per raggiungere una dimensione che potremmo definire ideale; una misura poetica, cioè, fatta di istintiva sensibilità nell’evocazione di presenze che si risolvono oltre il dato fisico. I tratteggi, i grumi di colore che si sfilacciano sotto il raschiare delle unghie sono altrettanti rivoli di controllata e lucida emozione. Se per tradizione bolognese si deve intendere la mediazione di maestri come Guidi e Morandi, allora non ci sono dubbi sul non senso dell’attribuzione: Guidi e Morandi fanno parte di un contesto che non può certo essere circoscritto entro i confini di un polveroso tardo ottocento.Pur essendo artista di singolare personalità e quindi piuttosto irriducibile a movimenti o a gruppi precisamente individuabili, Norma Mascellani si colloca nell’ambito di quella cultura che, negli anni Trenta, trovò espressione nella rivista L’Orto, di impronta certamente strapaesana ma aperta più di quanto non si creda alle suggestioni dei movimenti artistici internazionali, particolarmente francesi. Si spiega con questo clima il fatto che l’artista non cadde mai entro i confini del naturalismo e avverti, assai prima di altri, il fascino di una natura intesa come luce-colore, toccata da quel senso del “sublime” che fu, nella Bologna di quegli anni, di Giorgio Morandi e di Virgilio Guidi.

Se si sta a legami diretti con l’ambiente, si può rilevare l’appartenenza della Mascellani all’area di quelli che Franco Solmi, su indicazione di Francesco Arcangeli, definì i “chiaristi” bolognesi. In effetti non mancarono artisti che richiamandosi alla “luminosità” proposta dal gruppo di Del Bon si contrapponevano al movimento di Novecento, anche se il termine “chiarista” può essere applicato fin troppo genericamente se non può essere inquadrato in un clima ben definito. Ma al di là di ogni disquisizione ci sembra che Norma Mascellani, con la sua opera, trascenda anche questo limite e ne è dimostrazione la potenza cromatica che esprimono alcune sue vedute di paesaggio, audaci per toni e per intuizioni materiche, solo in apparenza contrastanti con la luce calma e quieta che cade su determinate nature morte e su certe inquadrature in cui la lezione di Morandi è più avvertita.

Lo stesso è avvertibile in talune raffinatezze di derivazione guidiana, quando la luce, pur con le sue equilibrate tensioni, vela di un’aria grave quelle cose che sono come reperti di vite consunte, rifugi appena svelati di sentimenti imbevuti di attonita malinconia dove il valore di un’ombra acquista i contorni del tempo.

In conclusione, Norma Mascellani è artista che merita una indagine approfondita, sia per chiarire meglio i suoi rapporti con l’ambiente bolognese, sia per individuare i punti di contatto con la cultura artistica italiana anche oltre i confini del chiarismo. Il 1931 è un anno che segna momenti molto importanti per Norma Mascellani. Entra all’Accademia di Belle Arti e segue i corsi tenuti da Majani, Giacomelli e Protti. Per l’incisione ha Morandi, al quale era stata assegnata la cattedra di tecnica dell’incisione un anno prima. È considerata una delle allieve più promettenti, ma il suo entusiasmo viene temperato in occasione della mostra dei saggi di fine anno anche se, in un’ideale graduatoria, Carlo Savoia la pone al secondo posto dietro ad Antonio Gasparri.

In una recensione su L’Assalto il critico-pittore preferisce parlare più dei difetti che dei pregi definendola “acerba di anni e di studi”, ma comunque in grado di esprimere “possibilità superiori”. Con tono paternalistico Savoia aggiunge che l’allieva, “educata male”, era già stata costretta dagli insegnanti a “riprendere dalle origini il concetto della pittura”. A quei tempi l’eco delle avanguardie (e della rivoluzione futurista in particolare) si era ormai spenta per far posto a un’estetica che si richiamasse al patrimonio del passato, alla classicità evocata dalla Metafisica, al “buon artigianato” ecc. Inevitabile quindi l’invito all’osservazione delle opere di quei “pochi pittori antichi” che avevano ancora “un valore poetico al di sopra della buona e scaltra tecnica”. Per cui la giovane allieva veniva invitata a studiare Giotto, Piero, i Trecentisti e, sempre su indicazione di Carlo Savoia, il decoratore della Villa dei Misteri.

Il 1931 è anche l’anno della prima esposizione della Mascellani, che a Bologna presenta lavori assieme a Ilario Rossi e a Luciano Minguzzi. Seguiranno altre rassegne tra cui le Quadriennali romane del 1935 e 1939 e il suo nome comparirà accanto a quelli di maestri come lo stesso Morandi. Già allora la figura di Norma Mascellani era difficilmente inquadrabile, sebbene non mancava chi riconduceva il suo linguaggio al “pacato clima della tradizione”. Ma il segno denunciava altre aspirazioni, in sintonia con quegli artisti che ritenevano riduttiva l’estetica novecentista che fra l’altro coincideva con l’aspirazione del regime di avere un’arte ufficiale, comprensibile alle masse, per cui la realtà era ridotta ad archetipo mentre l’aspirazione al senso primitivo portava al prevalere, rispetto al paesaggio, della figura volutamente monumentale. Non mancarono gli oppositori a questa tendenza, con motivazioni diverse. I sei di Torino, i Chiaristi lombardi, il gruppo di Corrente, la Scuola romana, gli astratti del Milione. Si sottrassero a questo diffuso atteggiamento anche artisti isolati tra cui la stessa Mascellani, più propensa a un tonalismo e ad una luminosità evocatrici di sentimenti legati al fluire di un’esistenza in cui la retorica monumentale aveva scarsa parentela.

Accanto a un buon numero di opere recenti, questa mostra propone anche lavori del passato che segnano varie tappe, o punti di riferimento di un cammino che si è sempre mantenuto su un piano poetico lontano dai condizionamenti delle mode. Le lezioni dei maestri sono state assimilate da tempo e la trama dei lavori, siano essi dipinti o incisioni, riunisce le vibrazioni di stati d’animo partecipi di quelle pulsioni che si traducono col senso immutabile di una poesia fatta di cose apparentemente semplici, ma che possono rivelare il senso di una vita. Una trama archeologica sviluppata con un tratteggio che dura ormai da sessanta anni e che racchiude le attese, le ansie e l’inesauribile stupore che Norma Mascellani prova di fronte al fluire dell’esistenza e al rinnovarsi delle cose.