Presentazione della mostra personale di Norma Mascellani presso il Circolo della Stampa di Bologna, 12-27 dicembre 1937

Giuseppe Lipparini

Parlando oggi della pittura di Norma Mascellani, io non intendo di preoccupare o di prevenire quello che sarà il giudizio dei critici; mi propongo anzi di non parlare in sede critica, ma nella veste di un semplice spettatore: uno spettatore a cui non sono ignote le musiche del colore, e che, dopo essersi aggirato davanti a questa mostra di quadri, intende ritrarne un’impressione sua personale. Ciò è anche dovuto al fatto che io conosco Norma Mascellani da molti anni – molti, sì, benché ella sia così giovane – e l’ho seguita fin dai suoi primi passi, da quando, adolescente ancora, entrò nella nostra Accademia di Belle Arti, fino al giorno in cui ne uscì diplomata, dopo otto anni di studio. Ma vi era fin d’allora, in quella fanciulla silenziosa e operosa e devota ai maestri, e che frequentava “regolarmente” com’essa dice, i corsi dell’Accademia, l’espressione di una volontà ferma e sicura da cui il suo sogno d’arte era già illuminato e guidato. Credo che giovanissima ancora ella si fosse tracciata la sua vita, interrogando ed esprimendo le note del colore per un bisogno istintivo del suo animo, per significare liricamente quello che le ferveva nel cuore. Espose la prima volta quand’era ancora scolara del primo anno e vinse più tardi il concorso Moy per il paesaggio, partecipò alle due Quadriennali di Roma, alla Seconda mostra nazionale di Napoli, alla Mostra del Paesaggio, alle Mostre Interprovinciali del nostro Sindacato, e ad altre di importanza minore.

Se si confrontano certi suoi saggi dei primi tempi – uno ve n’è qui, interessantissimo, un’impressione di case e di paese su per il viale dell’Osservanza – con le opere che a mano a mano l’hanno seguito e che qui in gran parte non figurano, si può seguire a mano a mano il suo successivo progredire, l’affinarsi di una tecnica che ha perduto ogni traccia scolastica e accademica, la facilità, spesso penosamente ma anche felicemente raggiunta, di una espressione coloristica da cui comincia già a svolgersi e ad apparire chiara la sua personalità.

Nel ritratto, c’è lo studio del carattere del soggetto, sia esso placido e grave come quello – anzi, come quelli – della madre, sia esso frescamente variato di tinte, come in quel ritratto di giovinetta in cui alla veste cosparsa di freschi fiori corrisponde così bene il volto sognante, fra in visibili effluvi di primavera, sia esso quello tormentato e arido, con l’occhio sarcastico e malinconico, di un giovane violinista.

Notevole mi sembra fra gli altri quella quasi caricatura di un povero nostro “omarino” che molti avranno anche veduto errar per le vie di Bologna, e che è così ben figurato con quel carico di miseria e di abbruttimento che la pittrice ha interpretato con singolare acume. E non mi diffondo oltre, per non venir meno alle mie promesse; ma così nei fiori, come nelle nature morte, come nei paesi di mare e di collina, come nelle incisioni dal nitido segno, l’istinto di quella interpretazione personale e lirica si manifesta evidente, anche quando la pittrice talora, come accade, non raggiunge compiutamente il suo intento. E c’è, in tutto, la gioia del colore, di cui Norma Mascellani non ha timore, ma che anzi viene da lei affrontato con vittoriosa baldanza.

E’ un’artista che non è ancora giunta all’estremo dei suoi limiti, perché si propone di camminare e di progredire ancora, sempre, ma che, ad ogni modo, ha anche il vanto di avere obbedito a se stessa e di non aver subito il fascino di quegli ismi in cui miseramente affoga tanta parte della pittura e, in genere, dell’arte del nostro tempo.

Ora, questa mostra è per lei un preciso caso di coscienza: riassumersi, per superarsi. Giustamente ella parla di “un periodo di intensa preparazione e di la voro serio e meditato”; ma questa preparazione e questo lavoro hanno già dato ottimi frutti. Nessuno meglio di lei, che chiaramente ce lo dice nella sua prefazione, sa che molte sono ancora le tappe che le restano da percorrere; dopo la breve sosta, ella riprenderà il cammino, confortata da quella terribile esperienza che vien sempre fornita da una pubblica mostra, ma confortata dal suo tenace e umile amore per l’arte, attraverso la quale ella ha significato quella intima musica che non tutti ascoltano, ma che è un bene di coloro che sono nati per l’arte. Se l’arte è una religione, per giungere in alto bisogna adorarla con umiltà.

Per questo, non credo di errare presagendo a questa Mostra un successo notevole. Bisogna amarli questi giovani che son già molto più di una promessa, ma che hanno già effettivamente mantenuto le loro promesse; bisogna andare loro incontro con fervore, con simpatia, con animo fraterno: confortarli nella loro fatica, che è già così dura. Sono certo che il pubblico bolognese sentirà tutto questo, e col proprio consenso conforterà Norma Mascellani della sua nobile fatica.