“Norma Mascellani”
in Scena Illustrata, n. 3, marzo 1973

Italo Carlo Sesti

… Dotata di un carattere malinconico, ma non pessimistico; insofferente e ritrosa e tuttavia umanissima, ricca di interiorità e di umori schietti e semplici, la Mascellani appare chiusa in una purezza quasi arcaica, in una innocenza che la rende immune e non contaminata dagli avvenimenti della storia recente del nostro mondo alienato e alienante, mostrando in ogni occasione una sensibilità, un’intuizione, un sentire istintivo e una vitalità sorprendenti, anche se non eclatanti. Per tale propensione naturale, ella si propone, sin dalle prime prove, di dare una forma diversa alla realtà che tuttavia sente di dover conservare perché è la fonte della sua emozione e della “visione degli oggetti tradotti in termini poetici: trasferiti, cioè, dalla loro crudezza formale ad una mitigazione, attraverso la modifica della struttura del particolare, che li inserisce globalmente in una più delicata, più filtrata armonia di forme, senza che con ciò perdano la loro sostanza originaria”.

Le esperienze successive, legate ai riconoscimenti, che mai le vengono meno, fagocitano la personalità della pittrice e le consentono una maturazione artistica, conseguita gradatamente, ma lungo un itinerario avventuroso e non privo di varchi aperti alle insinuazioni e all’ambiguità.

La Mascellani, infatti, ama percorrere sentieri aspri e duri, riesce a restare in bilico sui crepacci con la naturalezza di chi avverte che nessuna frana può travolgerla, di chi ha raggiunto l’altezza di una cima priva di slavine, di chi è su una roccia ben salda pronta a discendere senza precipitare. Altri compagni, scalatori spericolati, hanno preso, invece un altro sentiero e con temeraria baldanza hanno gridato e goduto la gioia di una vorticosa, vertiginosa ascesa, ma l’urlo è rimasto sospeso e l’eco non è giunta lontano.

E’ rimasta indifferente la Mascellani alle nuove tecniche di cordata o ha avuto paura? Niente di tutto questo. Ella ha conservato la fede di coloro che attaccano la montagna con le loro sole forze, senza congegni e artifici segreti. Così preferisce che gli altri scambino l’autenticità della sua fede, delle sue convinzioni per angustia estetica, per volontaria limitazione di interessi. Si dice che a stento, allora, si avvertisse l’influsso dell’impressionismo e che il cosiddetto regionalismo costituisse una remora culturale, strozzante ogni anelito di rinnovamento, ma non si rileva quanta genuinità d’accenti abbia perso la nostra pittura con la fobia e col mito della superiorità degli stranieri: esterofilia maniaca caratterizzante ancora oggi una sudditanza non richiesta, spontaneamente riconosciuta per paura di essere accusati di provincialismo.

Ma pur di fronte a tali proposizioni, anche chi ha ristretto l’angolazione critica della produzione artistica dell’artista, ha dovuto ammettere, sebbene con qualche riserva, che Norma Mascellani “pittrice autentica, ai problemi di più estesa implicazione culturale era portata ad anteporre la pittura in quanto mezzo per realizzare le immagini che d’istinto andava cogliendo sia dalla natura in un ampio giro, sia dagli oggetti singoli che si prestassero figuralmente alla sua sensibilità: fiori, nature morte”.

Il suo primo interesse, tuttavia, fu concentrato sul paesaggio proprio come suole avvenire alle creature innocenti che si affacciano sul mondo con animo stupito, e raccolto, ma con lo sguardo ansioso, avido di fissare un’impressione, da comunicare ad altri con pari emozione e senza malizia.

Sì perché le opere di Norma Mascellani non fanno mai alcuna concessione né al sensuale edonismo dell’impressionismo, né tantomeno al naturismo elegiaco dei macchiaioli, sebbene possa apparentemente sembrare che le sue informazioni non vadano oltre le sollecitazioni culturali di quel tempo.

Certo i contemporanei le riconoscono, quando ella poco più che ventenne partecipa già intensamente alle mostre ufficiali, la solidità dell’impianto, la capacità di conservare una giusta misura nella distribuzione delle masse e dei volumi nei piani oppure di creare “strutture morbide, frante, come smangiate dalla luminescenza di riverbero della neve”. Queste due sorgenti ispirative finiranno con l’essere le componenti costanti della sua operazione artistica, basata sull’impianto, sullo spessore che è materia e spirito contemporaneamente, sulle sfrangiature, e sul non definito che è, invece, “religio”, evanescenza spirituale, ricerca di metamorfosare e metafisicizzare la realtà, sia quando la Mascellani sembra tesa a realizzare un tonalismo di sintesi con inflessioni toscane e lombarde, sia quando si postulano influssi morandiani e chiariniani.

Alla fine, però, anche i più ostinati si accorgono che i confronti non sono possibili e che le affinità fra le opere della Mascellani e quelle dei suoi immediati predecessori e maestri, sono piuttosto elettive che imitative, perché nate in un clima spirituale caratterizzato da tendenze e sensibilità esistenzialmente accomunate. Le tele della nostra pittrice, infatti, ora sono scabre, con velature intese come linguaggio non come pittoricismo, e desolate nella loro architettura ove ogni casa, avvolta nella magia della sua fissità, ogni muro, ogni albero malinconicamente inerti, presuppongono l’uomo bloccato nella sua solitudine o nella desolazione del suo spirito, quasi presago dei prossimi turbamenti e degli assalti freudianamente sconvolgenti; ora essenzializzate nelle connotazioni ridotte all’assoluto e investite dalla luce, interiorizzata e mai indiretta o incontrollata nel tono, anche quando le suggestioni monettiane e dei vedutisti veneti aggiungono nuovi elementi di arricchimento nella sensibilità.

Anzi, poiché tutto ciò avviene per vicarianza istintiva e non per accettazione di una cultura esterna, si può facilmente constatare che ogni nuova acquisizione non forza la carica poetica contenuta nell’opera, ma si presenta vieppiù come partecipazione della solitudine, del silenzio dell’artista, interprete, altresì, della nostra amarezza di uomini.

Comunque sia, pur ammettendo che la Mascellani preavvertisse istintivamente quanto fu detto successivamente con consapevolezza che, cioè l’artista non sarebbe mai più giunto “a dare con la sua opera la pace a sé né agli altri , e impossibile non individuare in lei un messaggio, fondato su “una spontanea, tutt’altro che razionale misura del mondo, avanzata con il metro offerto dalla natura, dagli oggetti o dai singoli, distinti personaggi dei ritratti”.

Convinta, come molti altri suoi con temporanei e coetanei, che “l’essenza irraggiungibile della vita non dipenda per nulla dal mutare del mondo” e degli atteggiamenti umani, Norma Mascellani sente il ritratto non in senso fotografico e naturalistico; ma, come riesce a trasferire il paesaggio in una dimensione atemporale, così carica il personaggio di tanta interiorità da offrirne la psicologia attraverso i tratti fisionomici. È questo un modo di fare dell’arte che per altre vie e per altre suggestioni, richiama alla mente il procedere narrativo degli scrittori romantici e veristi, le idee di certa filosofia che aleggiavano negli spiriti anche quando non erano ben conosciute e approfondite, quasi a testimoniare un sentire comune, una coscienza e una consapevolezza di aver assunto in sé ogni realtà.

Per la sua integralità, che nasce sempre dalla purezza istintiva del suo intimo mondo, non solo la Mascellani ha superato il pericolo di un verismo paesano, ma ha potuto ritrovare l’unità dei temi trattati pur nel momento in cui il discorso sembra interrompersi per l’attenzione rivolta ai fiori o ad altri soggetti esornativi. Anche in questo caso, infatti, bisogna notare che la costante “qualità della poesia nella Mascellani è proprio in questa capacità di soggettivizzare l’occasione pittorica”. Il che deve far pensare a una personalità ben definita e autonoma nel suo sviluppo, anche se le assonanze immancabili in ogni espressione che si basi sulla liricità, sono per forza di cose inevitabili.

Sulla scorta di queste indicazioni si pone anche tutta la serie dei dipinti nei quali si ricerca un’ansia di infinito e di sinfonie non solo tematiche ma anche contenutistiche, tese a una definizione della pittura come poesia e musica. “Una serie nella quale la finezza pittorica accentua, in un certo senso, l’inclinazione esornativa, trasferendo la qualità del soggetto in una calibrata e tonalmente sensibilissima levità, in cui parrebbe persino fuori luogo qualunque azzardo di definizione cromatica, che potrebbe suonare come violentazione di quell’alito di poesia che è nello spazio e negli oggetti smaterializzati fino al limite di un’astratta entità. Una serie che si definisce globalmente, in confluenza materico-spazio-sensibilistica”. E infine il processo liberatorio, se pure c’è stato, dopo quanto è stato detto, dalle suggestioni dei maestri è totalmente compiuto. Perché se si è spesso parlato degli influssi di Protti, Romagnoli, Carrà e Morandi, ciò è vero solo nella misura in cui ogni artista opera una scelta, scopre una dimensione che intende filtrare e far sua.

Il rigore e la misura sono caratteristiche spirituali proprie della Mascellani che ha scoperto in sé la capacità di memorizzare le emozioni provate a contatto con la realtà e di reinventare gli oggetti, le cose e le creature attraverso il sentimento del tempo che è poesia degli accadimenti, accompagnato dalla ricerca espressiva che non è mezzo stilistico a sé stante ma voce di un’anima protesa a cantare l’essenza della vita.

Senza equivoci e senza barocchismi, con la semplicità disarmante di chi non presume di aver creato un “monumentum aere perennius”, la Mascellani continua il suo cammino credendo ancora nella poesia delle sue tele, simboli di una innocenza che contrasta col mondo ormai spiritualmente inquinato, nel quale, sulla solitudine della creatura umana, incombe il mito della dissoluzione e della degenerazione della civiltà.