“Frammenti di natura”
Presentazione della Mostra tenuta a Stoccolma, in Svezia, presso la Galleria Engström nell’ottobre del 1994, pubblicata nel relativo catalogo Mascellani, a cura di Enzo Lanzi, Galleri Engström, pp. 5-7
Marilena Pasquali
Direttore del Museo Morandi di Bologna

Norma Mascellani è pittrice d’Italia; lo è per radici, cultura e sensibilità, lo è profondamente e lo dimostra in ogni suo dipinto, come un carattere originario che illumina e fa vibrare ogni suo frammento d’immagine. Non si creda che questo sia un dato scontato e che basti un semplice fatto anagrafico per appartenere alla terra italiana; è necessario piuttosto avvertirne in sé la natura più vera, quell’amore per la vita e le sue creature, quella facoltà di vivere intensamente la bellezza che, al di là di tutte le superficialità e le approssimazioni che inquinano il nostro presente, sono i segni positivi dell’indole italiana.

Sensibilità solare, quella dell’artista, pure in mezzo alle sue brume, perché in lei non si afferma mai la tentazione del buio, il desiderio di oscurità, ed un raggio di luce, anche se velato, giunge sempre dall’interno a ravvivare l’immagine.

Non si tratta però della distesa fisicità mediterranea, di quell’empito di luce calda, totale che sbianca le cose nel silenzio sospeso del mezzogiorno; nel mondo di Norma tutto sussurra e si muove, attraverso minime vibrazioni d’atmosfera e riflessi liquidi che dilatano l’aria. Il suo “umor naturale” è di stampo padano, cioè di una pianura percorsa da acque profumate di verde che corrono lente verso il mare e nutrono una terra fertile, mai arsa dal sole perché cinta all’orizzonte da pendici montane ricche di vegetazione e fresche d’aria limpida.

La pittura che una terra cosiffatta ha nei secoli prodotto è intima, intensa, fortemente interiorizzata, quasi che una venatura di pathos romantico ne abbia toccato l’anima classica, facendola fremere di sottili apprensioni esistenziali. E così è anche la pittura di Norma Mascellani, il cui tocco leggero non nasconde ed anzi esalta l’intensa vitalità dell’espressione, la pienezza di sentimento che l’immagine porta in sé.

Nascono in tal modo le Isole di San Giorgio, rilievi di cammeo intagliati in un cielo di lapislazzuli; gli Orizzonti e i Moli senza fine, persi lungo i sentieri inafferrabili della memoria; le Nature morte fatte di niente, accenni musicali, rime sparse di un canto poetico; i Fiori di polvere, cardi spinosi che hanno perduto ogni asprezza per trasformarsi in corone ricamate di fragile preziosità; le Conchiglie dalle rugosità madreperlacee, isole di materia in cui si rifrange ogni solitario raggio di luce, catturato suo malgrado nel suo libero, indeterminato peregrinare.

È una “pittura di sogno e di ricordi”, come riconosce la stessa artista, in cui le suggestioni del sentimento affermano musicalmente la propria ragion d’essere e trovano la strada per giungere intatte alla sensibilità dell’osservatore. Ma questo non deve far dimenticare la struttura salda che regge l’immagine e che impedisce felicemente alla pittrice di abbandonarsi alla piena delle sensazioni. Nella situazione di cultura bolognese, in cui Norma Mascellani a pieno titolo si riconosce, c’è anche – e, direi, innanzitutto – Giorgio Morandi, maestro di limpidezza formale e di integrità pittorica. Non è possibile sottrarsi al fascino della sua personalità, mentre sarebbe impensabile tentare di mimarne il linguaggio, che è soltanto suo, non trasmissibile. Norma è stata allieva di Morandi e lo conosce troppo bene per cadere in una simile trappola. Ciò che assume dalla sua lezione è piuttosto l’attenzione estrema al modello, quell’osservazione lunga e caparbia che la porta ad una piena compenetrazione con l’oggetto della visione per coglierne e restituirne l’anima, sia che si tratti di un taglio di paesaggio, di pochi fiori stretti in un vaso o di silenziosi frammenti di quotidianità tratti dagli angoli folti d’ombra dello studio.

Come in Morandi – e questo mi sembra il parallelo più vero fra due personalità artistiche, peraltro così differenti -, in Norma la forma non si frantuma mai, non si sgretola, ed anche negli attimi di maggior apprensione sentimentale mantiene una propria forza, una propria integrità, che sono soprattutto originaria saldezza di carattere e di pensiero.

Tutta sua è la luce, così intrisa d’acqua e d’aria, così discreta ed avvolgente, mai aggressiva o frontale. Il chiaroscuro è bandito, le ombre si allontanano e sfumano in atmosfera, i contrasti si dissolvono e tutto viene risolto in pittura pura, senza aggettivi né abbellimenti, una pittura realizzata attraverso il sapiente gioco degli accordi cromatici, attraverso quel tonalismo che è elemento indispensabile per comprendere l’arte italiana ed il suo sviluppo nel ventesimo secolo.

Ed è la luce a dare la sensazione dello spazio, sia che si tratti di una composizione d’atelier – ove è la superficie stessa della tela a definire i confini e i piani prospettici -, sia che in uno scorcio di natura tutta l’immagine tenda all’orizzonte, quasi come ad una possibile, nuova avventura. “Non c’è disperazione nelle mie opere”, riflette Norma, ed infatti la sua immagine non è mai chiusa né ripiegata su se stessa e, pur se venata di malinconia, rivela una insopprimibile disponibilità al rischio di vivere.

Ho quasi l’impressione che nelle sue opere più recenti questa intensità vitale si sia fatta ancor più avvertibile, quasi che l’artista oggi stia vivendo una nuova, forse insperata primavera che la porta a rivedere i suoi abituali modelli con occhi più limpidi.

Il suo racconto si sfronda dei particolari accessori e si concentra sul nucleo pulsante della visione, come in quella Conchiglia, aperta come un calice, che si alza al centro della tela in una sinfonia di toni lunari, argentei e madreperlacei, frammento lirico di natura come un verso saffico. Con analoga concentrazione espressiva è definito il Capanno rosa dipinto pochi mesi fa, semplice “impressione” di paesaggio che si trasforma in composizione forte in cui ogni elemento ricopre un ruolo ben preciso: da quel cielo immenso che si tende su ogni cosa alla forma scura della barca, acquattata dietro al primo piano e pronta a balzare in avanti, dai due pali-frecce necessari per indicare l’ordinata della composizione perpendicolarmente al piano dell’orizzonte alla scatola chiusa del capanno, forma geometrica semplice resa vibrante dallo squillìo del rosa e del bianco.

A questo punto si fa strada una intuizione, il bozzolo di un’idea per meglio comprendere il presente dell’artista e per rileggere, a ritroso, il suo percorso: che Norma, giunta alla piena libertà dei suoi ottantacinque anni, possa ora, finalmente, lasciar dilagare il canto disteso della sua intatta voglia di vivere, quella pienezza di umanità che, pur fra dolori del cuore e fatiche del quotidiano, le ha consentito di mantenere integra la propria identità e la propria capacità di amare?