Presentazione del Catalogo della Mostra personale di Norma Mascellani al Museo Civico di Bologna, 12-27 novembre 1960

Massimo Dursi

Molto prima che incontrassi Norma Mascellani ci trovavamo nei ricordi comuni di una irrequieta vita artistica. Udivo parlare di questo ostinato donnino – era giovanissima – che lavorava ignorando vacanze e non si scostava dal cavalletto neppure per cercare amicizie autorevoli. Non si può dire, sempre da quanto rammento, trovasse allora braccia aperte e giornali spalancati. Ma lei tirava diritto, sola, e se patì amarezze non le diede a vedere. Sconcertavano forse la sua semplicità casalinga, la sua incredibile mancanza di ambizioni – almeno ammesse – e che non si levasse mai sulla punta dei piedi. Era ed è rimasta incapace di rancori, ma pronta a credere amico qualunque sorriso. Una imprudenza disarmante.

Non ha cambiato molto (per esempio riesce ad essere buona senza fatica); ma si è andato scoprendo il perché di certo suo appartarsi: una lunga pazienza che resisteva a lusinghe e a suggestioni, rivolta a cercarsi nelle cose che ama – e che sono amate – ignorando il sospetto e l’avversione, e le sterili ribellioni. Lavorava in solitudine: e anche il mondo che predilige è deserto. Le piacevoli apparenze possono ingannare: vene inquiete scorrono sotto le ferme acque di questi paesaggi. Il pudore della malinconia nasconde sommessi segreti, e la bravura è un velo discreto sulla nostalgia di cose presenti ma già affidate al ricordo. C’è spesso un’ombra di tempo (qualcosa come un addio) nei quadri della Mascellani; e anche questo è segno di una fedeltà che rifugge – per amore – alle tentazioni di orgogliosi sconfinamenti, che spesso sono soltanto fughe.