Recensione alla mostra personale di Norma Mascellani presso il Circolo della Stampa di Bologna, 12-27 dicembre 1937, in: Il Resto del Carlino, 17 dicembre 1937, p. 3

Rezio Buscaroli

“Raccogliere in una piccola Mostra i risultati delle mie più recenti esperienze pittoriche; riassumere oltre i limiti di un primo tirocinio formativo un periodo di intensa preparazione e di lavoro serio e meditato, non è per me ragione di orgoglio nè risultato di presunzione, ma una precisa esigenza di rapporti e di confronti … Non dirò di avere programmi da salvaguardare nè complessi problemi da risolvere … Ho la coscienza delle molte tappe che ancora restano da percorrere, ma ho altresì la percezione di quelle ormai sorpassate nel breve corso della mia pur tanto faticosa esperienza”.

…Ho voluto riportare le frasi salienti del cenno introduttivo al catalogo redatto dalla stessa pittrice, Norma Mascellani, perché questa sua grande mostra personale, promossa dalla Associazione Fascista Donne Artiste e Laureate (Gruppo di Bologna) e accolta con la consueta signorile ospitalità nella “Sala Mussolini” del Circolo della Stampa, abbia subito la più vendica fisionomia e appaia nella sua grande importanza di prova altamente morale. Orbene, se ci sono de’ casi di coscienza per gli artisti, ce ne sono altri, non meno impegnativi, per la critica d’arte.

Sul nome di Norma Mascellani, io mi sono sempre fortemente impegnato, fino da quando, del tutto sconosciuta al pubblico e a me stesso, essa espose alla Casa del Fascio di Bologna, nel 1932 – se ben ricordo – quel Viale Aldini che fu fra le più forti affermazioni della pittura bolognese giovane, in quel tempo, e che è triste non vedere ancora accolto in un luogo – leggi Galleria comunale – ove possa essere conservato a testimonianza della storia del gusto del tempo nostro.

Da allora ho sempre seguito la giovane pittrice bolognese, su queste colonne, e nella fausta sorte e nella ria; ria, più che altro per le incursioni non infrequenti che la dialettica del partito preso, quando non sia polemica, fa nel campo delle valutazioni dell’arte: onde essa dovette subire non poche amarezze. Ma le amarezze sono crisma delle vere coscienze. E se esse poi si pensano ne’ riguardi di un temperamento come quello della Mascellani, calmo, portato alla meditazione e al silenzio, dedito al lavoro e alla solitudine, anziché determinare momenti di perplessità e di sosta, moltiplicano le energie e gli sforzi verso quella meta che è presente nello spirito: meta non da raggiungere, ché la meta dell’arte è, per se stessa, irraggiungibile, ma da portare di continuo in presentimento ed in aspirazione: ad ogni modo, ben altrimenti meritoria della vendita, del premio, della lode.

Ha vinto il Premio Moy per il paesaggio, nella nostra Accademia di Belle Arti; è passata trionfalmente fra le strettoie delle giurie delle due Quadriennali e delle ultime nazionali e interprovinciali. Ma ha forse fatto il calcolo – che è pure di tanti pittori – di fermarsi a quel “tipo che va”, di adattarsi a un cliché? S’è buttata sempre più e coraggiosamente nella battaglia dell’arte: vera e propria battaglia, in cui la vittoria è espressione sempre meglio chiarificata e netta da quei valori periferici – illustrazione, descrittività, e mettiamo pure l’avanguardia e il “moderno”, quando rivelano un atto riflesso – che seguono come ombre il lavoro dell’artista e ne insidiano i risultati e le esperienze.

Nella Mascellani, la viva sensazione di codesta necessità può ben dirsi non ha dato requie, non ha permesso soste e, per questo, ha avuto sempre bisogno di prove dirette d’appoggio. “Vedesse come sono buffa, diceva a me, quando parto con la bicicletta per andare in campagna a lavorare, con tutti i miei ‘ferri del mestiere’; carica così che l’andare diventa un gioco di equilibrio. Ma sento che questa è una fatica necessaria per ascoltare in diretto colloquio le voci della natura e per studiare sempre meglio in questo libro, sempre aperto e pure di tanto difficile lettura, che è il vero”.

Che frutti abbia colti, nel pur breve ambito di cinque o sei anni di lavoro, si vede qui. NellaFigura in bianco, del 1933, c’è un accordo così delicato e così finemente rappresentativo di osservazione attenta verso il mondo esterno che la espressione riesce veramente a un abbraccio totale e comprensivo che si fa sintesi tonale. Questa espressione si colora di un che di attonito, silente e accorato in Barche e barconi a Viareggio, del 1936, nello Studio di figura, dello stesso anno; e i valori sintetici assurgono ad alcunché di più esigente e tassativo verso un linguaggio poetico trascendentale.

Alcuni quadri di quest’anno, lo stupendo Margherita, di un’intonazione giallo-smorta, Rose,Ritratto della scolara, accentuano, sì, tale linguaggio, ma, nel tempo stesso, lo fanno più stringato e sottile; sì che l’anima pittorica della Mascellani appare confinata in una lirica soffusa di malinconia, se non tristezza, fatta di un canto basso, a rime tenui e candide, a ritmi misurati e pacati. Con che si vuol dire solo che l’epica, il dramma, il vigore dello sguardo e l’amore a rigide strutture sono le fonti più lontane dalla sua intuizione; non si vuol certo negare la “vis”, la “concitatio” ai modi espressivi di questa pittrice. Se non ci fossero quel forte impegno, di cui s’è detto, non potrebbe sussistere. Nell’arte della Mascellani, è anzi una calda passionalità, che tu puoi cogliere immediatamente dinanzi a questi quadri, nella calda effusione dei colori, nella morbidezza e quasi sfaldatura del modellato, nelle cadenze ripiegate degli atteggiamenti delle figure, esse stesse così commosse e gravi. Perfino là dove un “soggetto” particolare potrebbe condurre ad alcunché di spigliato e caricaturale – ad esempio, la figura dell’accattone, qui esposta – la sfera delle emozioni della Mascellani rimane puramente visiva e quel che la interessa è, se mai, l’ammasso di cenci, la povertà dell’ambiente come accordo di colori, non certo intenzioni moraleggianti e pratiche.

Riserve personali sull’arte della Mascellani? Una, sì, per non venir meno a quella schiettezza, che anche con lei ho sempre avuto. Essa le sarà forse già venuta da qualche vero – e perciò meno accomodante – amico. Se penso all’arditezza di Viale Aldini, e poi a qualcuno dei ritratti ultimi, mi pare di avvertire un vago pericolo; il pericolo dello studio volutamente “finito” o meglio di un concetto di finitezza che è già riflessione su una perfezione di segno esterno rispetto all’atto dell’intuire. Ho detto, e ripeto, riserva personale; e cioè limitata alla mia persona e quindi da accettarsi con ogni beneficio d’inventario. Nulla, naturalmente, essa toglie alla stima che io ho per lei, e a quella che certamente dimostrerà, proprio nell’occasione di questa mostra, il pubblico bolognese, che non stenterà a vedere nella Mascellani un punto ben fermo e un solido sostegno dell’attuale momento dell’arte bolognese.