Donna italiana, vol. 24, 1943, a cura di Margherita Cattaneo, Marzocco Editore, Firenze, pp. 85-92

Rezio Buscaroli

All’occhio della Mascellani la realtà par sottilmente velarsi come se, fra il momento in cui essa vede e guarda e quello in cui l’intuizione dà vita al fantasma e all’immagine che di quel vedere e guardare è la trasfigurazione, interceda un attimo di sogno, un istante di dolce vagare, in cui le forme si frangono, le masse perdono il loro vigore chiaroscurale di corpi rotondi, o vicini o lontani, e si dispongono piatte, si giustappongono a zone chiare o scure, senza grandi “vicini” o grandi “lontani”, agli occhi anche di un non attento osservatore di quanto si fa nel campo dell’arte.

Fra le non poche donne che si sono dedicate e si dedicano all’arte e fanno, anche, degnissimamente, quasi nessuna, ch’io sappia, s’è data, anche nei tempi antichi, e si dà all’architettura.

L’architettura ha in sé delle qualità da non confarsi ai caratteri creativi dell’intelligenza femminile? Nessuno vorrà certo risolvere la domanda praticamente, nel senso che per l’architetto occorrano doti fisiche, che so io, di forza e di carattere non proprie della donna; giacché basterebbe l’obiezione che tanti architetti antichi e moderni non furono in sostanza che dei progettisti, degli esecutori di disegni, che lasciano, a costruttori veri e propri di realizzare. Forse lo spirito femminile ha un’intima ripugnanza per le questioni matematiche e materiali, quali sarebbero i calcoli sui pesi e sulla resistenza delle pietre e dei cementi (anche qui l’antitesi con la scienza, cui accennavamo in principio)? Apparenza più che realtà, poiché, se l’architettura è un’arte figurativa, non diversamente dalla pittura e dalla scultura, il “punctum saliens” d’ogni problema architettonico è nella forma, non nella materia, è così a mezz’aria, a mezzo spazio.

Da che un’atmosfera di calda e suadente intimità in tutte le sue cose: il paesaggio non è mai tutto “esterno” e “fuori”, ma sembra chiuso in una scatola dove l’aria filtra da lastre alabastrine, sentito com’è dentro le possibilità liriche di un interno; la figura, la natura morta, i fiori – ecco un altro esempio di bell’eclettismo femminile – sono così “intimizzati” da apparir quasi spogli d’ogni consistenza materiale, tenuti sospesi da una loro recondita aspirazione a diventar cose vissute nella lontananza del tempo, ad esser contesti unicamente di colori e di segni grafici: ricordi, addirittura rimpianti di cose, più che cose concrete.

Non una cresta d’onda sommuove le acque di Darsena a Viareggio, e le fauci aperte dei barconi immoti sottolineano e convalidano figurativamente lo sbadiglio dei magazzini sull’unica linea prospettica della sponda.

In Vecchie barche, quel che di rugginoso e di pigro hanno le cose di lungo uso e di lunga stasi appare dalle delimitazioni oblique delle erbacce e poi della riva e poi dei bordi delle barche che si sistemano progressivamente e lentamente sulle orizzontali dei tetti, senza profondità, senza vibrazione. Oh l’occhio spento delle prue appaiate che si accomuna con l’occhio chiuso delle finestre delle case, come in un sottile sovrassenso di lettura!

I contorni del monte, della casa, degli alberi di Montepastore, sono smangiati, sbavati, incerti, rifuggenti comunque dalla linearità piena e chiara; tutto sembra ammaccato, stento, con un senso di povertà e di indigenza, anche nel colore gramo e sommesso, in sordina, anche se grasso come materia pittorica.

Guardate questi Fiori, aria d’appassimento; rilassatezza di profumo; su quello del fiore prende il sopravvento l’odore dei gambi che si macerano nell’acqua del vaso e del fogliame che si avvizzisce; profonda tristezza di cose che nominalmente dovrebbero esser liete, com’è di tutta l’arte della Mascellani.

Anche questa pittrice ha alle calcagna un pericolo: la smaterializzazione della realtà. Intendiamoci: che l’arte, in quanto poesia, consista nel rifuggire da ogni materialità sensoria, è verissimo. Ma non è meno vero che il senso preciso della materia, come qualità e valore intrinseco della forma, si leghi al suo carattere, e che in questo risieda il piacere stesso della cosa in sé come visibilità, per l’artista. In fondo, il colore non è che carattere della superficie.

Questa povera Bimba col gatto, così chiusa nell’ovale che le braccia fanno attorno al gattino, sembra una applicazione di ritaglio su fondo, immessa in una piatta nicchietta e sollevata solo nel basso da quel segno profondo. E lì se ne sta costretta e come sorpresa che qualcuno osi pur guardarla, lei che nulla ha chiesto e chiede alla vita, neppure alla sua stessa femminilità. Il quadro rivela certo la piena capacità espressiva di una viva emozione, sempre però con quei caratteri di sognante indeterminatezza, particolari della Mascellani.

La fluidità vagante della linea e del chiaroscuro, il deformarsi delle cose in una morbida voluttuosità, voluttuosità che mai prende lena e si ripiega d’un subito su di sé, paga dell’affiorare soltanto di un sottile turbamento dal fondo di una coscienza fondamentalmente casta, testimoniano nella Mascellani la natura di una trascendenza, che, appunto perché pronta a prendere il controllo della materia viva, perde anche in valore metafisico, diciamo della metafisica non astratta, ma di quella plastica della forma.